Il 6 novembre 1981, a Palermo, Cosa nostra uccideva Sebastiano Bosio, medico e primario di chirurgia vascolare dell’Ospedale Civico. Aveva 52 anni e fu assassinato all’uscita dal suo studio medico, in via Simone Cuccia, davanti alla moglie Rosaria.
Nato a Palermo il 18 agosto 1929, Bosio si era laureato in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Palermo, proseguendo la propria formazione anche in Francia. Nel corso della sua attività professionale si era distinto per l’impegno in ambito sanitario e per le contestazioni contro le inefficienze della pubblica amministrazione.
Il suo omicidio si inserisce nel contesto della Palermo attraversata dalla seconda guerra di mafia, quando Cosa nostra cercava di estendere il proprio potere anche all’interno delle istituzioni e dei servizi pubblici. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Bosio sarebbe stato ucciso per essersi opposto alle richieste e alle pressioni dell’organizzazione mafiosa, rifiutando di mettere la propria attività professionale a disposizione degli interessi dei boss.
Per anni, l’omicidio rimase senza una condanna definitiva. Le indagini ripresero vigore anche grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e a nuovi accertamenti scientifici. In particolare, la comparazione balistica dei proiettili recuperati dopo il delitto permise di collegare l’arma utilizzata per uccidere Bosio a quella impiegata per il duplice omicidio Chiazzese-Dominici, commesso sette mesi dopo.
Nel 2017 la Corte d’assise d’appello di Palermo condannò all’ergastolo Antonino Madonia, dopo l’assoluzione in primo grado. Nel 2018 la condanna divenne definitiva, chiudendo un percorso giudiziario durato quasi quarant’anni.
La storia di Sebastiano Bosio mostra quanto possa essere lungo il cammino verso la verità. Per quasi trent’anni nessuno chiese di esaminare i proiettili che lo avevano ucciso, e il processo si aprì solo perché qualcuno, a partire dalla moglie e le figlie, continuò a non considerare chiuso quel delitto. Ricordarlo oggi ha quindi un valore preciso: in vicende come la sua è stata la memoria a rendere possibile la giustizia.
A distanza di tanti anni, ricordarlo è anche un monito a difendere l’autonomia professionale e una sanità pubblica libera da interferenze criminali.



