Ricordando Don Beppe Diana

da

19 Marzo 2024

Il 19 marzo di trent’anni fa la camorra uccideva barbaramente un sacerdote che si accingeva a celebrare la Messa nella sacrestia della sua parrocchia, quella di San Nicola di Bari a Casal di Principe.

Don Peppe aveva solo 35 anni ed era sacerdote da appena 12 anni. Da quando, nel 1989, era diventato parroco del suo paese – Casal di Principe per l’appunto – aveva iniziato a dar fastidio al clan dei Casalesi, retto dal boss Francesco Schiavone.

Come don Pino Puglisi, don Peppe non era un “prete antimafia”, ma semplicemente un prete che viveva con coerenza e impegno il suo ministero, in tutte le implicazioni che questo aveva. Il suo primo intento, infatti era quello di «educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio. La povertà come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà», come scrisse nella lettera intitolata «Per amore del mio popolo», distribuita nel Natale 1991 in tutte le parrocchie del paese.

Nella stessa lettera indicava ai parrocchiani la via da seguire:

Dio ci chiama ad essere profeti. Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia. […] Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia. […] Alla Chiesa chiediamo che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili.

Il pagamento del prezzo del sangue, il martirio, non sono stati ricercati da don Peppe, ma un rischio accettato per restare coerente con gli ideali professati.

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