Memoria & Impegno: ricordando Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici

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10 Giugno 2026

Il 13 giugno 1983, alle 20.30, in via Cristoforo Scobar a Palermo, un commando di Cosa nostra tese un agguato a tre carabinieri appena scesi da un’auto di servizio. Il capitano Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici non fecero in tempo a impugnare le armi, trovate poi ancora nelle fondine. La decisione di ucciderli era stata deliberata dalla Commissione provinciale di Cosa nostra, che in D’Aleo vedeva un ostacolo troppo pericoloso. Morì a 29 anni e con lui anche Bommarito, 39 anni, e Morici, 27 anni.

D’Aleo era nato a Roma nel 1954, figlio di un maresciallo dell’esercito. Dopo il liceo scientifico e l’Accademia militare di Modena, il 28 maggio 1980 arrivò alla Compagnia dei carabinieri di Monreale raccogliendo un’eredità pesante: il posto del capitano Emanuele Basile, ucciso dalla mafia appena ventisei giorni prima. Proseguì le indagini del predecessore puntando al mandamento di San Giuseppe Jato, senza mai farsi condizionare dalle minacce, nemmeno quando il nonno di Giovanni Brusca si presentò da lui per accusarlo di perseguitare la famiglia. Sapeva bene cosa stava facendo e a cosa stava andando incontro. All’epoca aveva dichiarato: «Il dolore più grande per un uomo è perdere la stima di sé e la voglia di lavorare. Per questo mi batterò fino alla morte perché venga fuori la verità».

Il 31 agosto 1983, sotto la presidenza di Sandro Pertini, a D’Aleo, Bommarito e Morici furono conferite tre Medaglie d’oro al valor civile. La motivazione recitava: «Barbaramente trucidato in un proditorio agguato tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua giovane vita in difesa dello Stato e delle istituzioni».

Il delitto non rimase impunito: la responsabilità di Cosa nostra fu accertata, diversi esecutori e mandanti furono arrestati e condannati. Ma la storia di questi tre carabinieri è rimasta a lungo fuori dalla memoria pubblica, schiacciata da stragi più note e da un’agenda politica che non seppe trasformare le parole pronunciate sui loro feretri in azioni concrete. Ricordare Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici significa restituire il giusto peso a chi, nell’ombra operativa di una Palermo già in guerra con lo Stato, scelse ogni giorno di compiere il proprio dovere, conoscendo il prezzo che avrebbe potuto pagare.

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