Il 22 gennaio 1993 nelle campagne di Randazzo, alle pendici dell’Etna, Antonio Spartà e i suoi due figli, Pietro Vincenzo e Salvatore, vennero brutalmente uccisi a colpi di fucile all’interno dell’ovile dove lavoravano. Avevano rispettivamente 57, 26 e 19 anni.
Gli Spartà avevano reagito a intimidazioni crescenti e si erano rifiutati di pagare il pizzo per riavere un autocarro che era stato loro rubato. Dopo aver subito furti, minacce e pressioni continue, avevano denunciato quei soprusi alle forze dell’ordine, nella speranza che la legalità potesse proteggerli. Quel gesto di sfida alla mafia locale fu pagato con la vita.
Inizialmente il delitto rimase in gran parte impunito, con i responsabili perseguibili solo per associazione mafiosa e non direttamente per l’omicidio.
Ci vollero anni di impegno civile, denunce, appelli pubblici e battaglie legali, in particolare grazie all’instancabile lavoro di Rita Spartà, figlia e sorella delle vittime, perché il caso tornasse all’attenzione dell’opinione pubblica e della magistratura.
A seguito delle indagini e delle successive battaglie giudiziarie, la responsabilità di quel triplice omicidio venne ricondotta alla famiglia mafiosa dei Sangani, cosca radicata nel territorio di Randazzo. Con il sostegno della Federazione Antiracket di Tano Grasso, furono arrestati e condannati all’ergastolo i fratelli Oliviero e Salvatore Sangani, anche se la Cassazione confermò la pena definitiva soltanto per Oliviero.
Oggi ricordare Antonio, Pietro Vincenzo e Salvatore significa non solo commemorare delle vite spezzate, ma riflettere sul prezzo altissimo che tante famiglie pagano nella lotta contro l’estorsione, l’omertà e il silenzio collettivo. Quella dei fratelli Spartà, però, non è solo una storia di dolore: grazie all’impegno di Rita, è anche una testimonianza di come la memoria, la determinazione e la resistenza possano tenere viva l’attenzione pubblica, trasformando una tragedia in uno strumento di sensibilizzazione sulla legalità e contro l’omertà.



