Le estorsioni a Palermo: chi paga e perché? | Palermo, 10 gennaio 2026

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11 Gennaio 2026

A trentacinque anni dalla lettera al “Caro estorsore” con cui Libero Grassi si oppose pubblicamente al racket sulle pagine del Giornale di Sicilia, Palermo è tornata a interrogarsi su un tema che continua a segnare il tessuto economico e sociale della città: Le estorsioni a Palermo: chi paga e perché?
L’incontro, promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali dell’Università degli Studi di Palermo, da Addiopizzo e dalla Società scientifica italiana degli Studi su Mafie e Antimafia (SISMA), si è svolto nell’Aula Borsellino del DEMS ed è stato un momento per attualizzare l’analisi e stimolare il confronto sul fenomeno estorsivo.

programma 10 gennaio anniversario lettera al caro estorsore

Rispetto a trentacinque anni fa la scelta di opporsi alle estorsioni oltre ad essere diventata possibile non necessità del clamore mediatico, a cui, suo malgrado, fu costretto invece Libero Grassi.

Tuttavia molti ancora pagano e tra questi c’è anche chi ricerca, più che subire, la messa a posto in un contesto in cui il pizzo costituisce spesso una contropartita che alcuni operatori economici corrispondono a Cosa nostra per avere vantaggi.

Commercianti e imprenditori che pagano e non denunciano perché si rivolgono al loro stesso estorsore per scalzare concorrenti, recuperare crediti presso i propri clienti, dirimere controversie con i propri dipendenti e risolvere problemi di vicinato. Dinamiche che sono sempre esistite ma che in alcune aree di Palermo oggi risultano dominanti rispetto a quanti pagano per paura e sfiducia.

Nel corso della mattinata l’aggiornamento dell’analisi si è intrecciato con la figura di Libero Grassi che ha rappresentato uno dei principali fili conduttori della discussione. La sua lettera del 10 gennaio 1991 resta infatti uno spartiacque nella storia dell’antimafia civile: un gesto di rottura radicale, compiuto in un contesto nel quale opporsi al racket delle estorsioni significava ritrovarsi in condizioni di isolamento e solitudine.

Oggi, a distanza di trentacinque anni, quel gesto continua a interrogare il presente e a porre domande necessarie che hanno ancora bisogno di essere sviscerate.

 

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