Il 15 settembre 1993, a Palermo, la mafia uccideva don Pino Puglisi nel giorno del suo 56° compleanno.
Nato e cresciuto a Brancaccio, don Pino tornò nel quartiere nel 1990 come parroco della chiesa di San Gaetano. Erano gli anni in cui Cosa nostra esercitava un controllo capillare sul territorio e in quel contesto la sua presenza assunse progressivamente un significato che andava oltre la funzione religiosa.
Don Pino scelse di operare nel quartiere e di occuparsi concretamente delle persone che lo abitavano. La sua attenzione si rivolse in particolare ai bambini e agli adolescenti, per seminare in loro l’idea che la criminalità non era l’unica strada possibile.
Nel 1991 aveva fondato il Centro di Accoglienza Padre Nostro, uno spazio pensato per offrire opportunità, momenti di aggregazione, relazioni e strumenti di crescita alle persone del territorio.
Fu proprio questa la forza del suo impegno: non limitarsi a denunciare pubblicamente la mafia, ma intervenire sulle condizioni che ne alimentavano la portata e il potere. Educare, creare occasioni, restituire dignità e diritti significava mettere in discussione il consenso e la rassegnazione sui quali la presenza mafiosa poteva prosperare.
Per questo don Pino divenne una presenza scomoda per Cosa nostra. Il suo assassinio arrivò pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, in un momento in cui la violenza mafiosa aveva raggiunto una dimensione senza precedenti.
La sua storia racconta una forma di lotta alla mafia che si costruisce ogni giorno attraverso l’educazione, la presenza sul territorio e il contrasto all’esclusione. Una direzione su cui Addiopizzo insiste con forza anche oggi, per porre un argine, mentale e materiale, alle condizioni di degrado e marginalità che nutrono il potere di Cosa Nostra.



